È solo un gioco?

È solo un gioco? Non saprei, però so che è iniziata così…

Quel giorno mi chiesero, dritto per dritto, “E tu? Che ruolo vuoi fare?”. Che domande, c’era una sola risposta per me, cresciuto con un unico intoccabile mito nel calcio. “Il portiere!”. Il mister mi guardò un po’ perplesso, forse perché si aspettava come risposta un “attaccante”, come tutti gli altri bambini fino a quel momento, o forse perché ero piccolo. E anche un po’ tracagnotto aggiungerei. Non proprio il fisico del portiere si direbbe. Dopo quell’attimo in cui colsi in contropiede il mister, la risposta che mi giunse fu “Beh vedi, quella è la porta, mettiti lì”.

Non mi sembrava troppo convinto, ma io non vedevo l’ora, ero in mezzo a tre pali, ero il portiere, come il mio idolo d’infanzia. Da allora non sono mai più uscito uscito da quella porta e non ho mai invidiato i miei compagni, per quanto li apprezzassi e mi esaltassi nel vedere i loro dribbling, i loro tackle o i loro lanci lunghi sulla corsa. Ciò che mi ha sempre esaltato di più, la sensazione quasi indescrivibile e la più appagante, era quella di toccare il pallone, quanto bastava, per non farmelo passare alle spalle.

Voi mi direte che è un’altra descrizione, sentimentalistica e sbrodolante fatta di epiteti e celebrazioni. Ma non lo so, non penso sia così. Vi voglio raccontare la mia personale esperienza perché per me il calcio è emozione prima di tutto. Prima dei 4-3-3, dei punti in classifica, degli ammoniti e della percentuale di possesso palla.

È un po’ che non scendo in campo, eppure ogni volta che vedo qualcuno farlo, la mia empatia unitamente ai miei ricordi, mi fanno sembrare di essere lì al posto suo. Provo gli stessi brividi e le stesse emozioni.

Questo mi spinge a chiedermi “È solo un gioco”? No, la mia risposta. È uno sport, e come tale, la prerogativa è divertirsi. È la prima ed imprescindibile motivazione che ci spinge a farlo. È anche fatica però, è divenire capaci nel lavorare di squadra, è lavorare su sé stessi. È scontrarsi col proprio carattere, con quello altrui, ed imparare ad accettare le differenze ed i difetti personali e quelli degli altri. Siamo cresciuti con il pallone tra i piedi e forse siamo cresciuti anche un po’ insieme come uomini, su quel rettangolo verde.

E poi? Poi il calcio, ma lo sport in generale preferisco dire, ci hanno spinto ad interpretare la vita, ad affrontarla in un certo modo. A me, per esempio, ha insegnato ad affrontarla come una partita, a giocarla, per mia deformazione, in difesa. In difesa di ciò che per me contava assieme alle persone che per me hanno un valore. Ogni gol subito, nei novanta minuti, non può essere una sconfitta, c’è sempre un modo per rialzare la testa e riscattarsi, per rimettere la partita (la vita) nei binari giusti.

Dissento dal detto che “Non è forse vero che la miglior difesa è l’attacco?”. Ma sono sempre punti di vista, e riconosco che la mia distorsione è probabilmente frutto della mia indole. Mi accorgo dopo tanti anni che probabilmente sono solo punti di vedere lo stesso gioco da angolazioni, o meglio ruoli, diversi: proprio come il portiere che vede tutto da dietro, privilegiato, avulso da ciò che succede cinquanta metri più in là, ma pur sempre presente.

Ricordo, ogni volta che penso alla mia “carriera” calcistica che mi sono trovato faccia nel fango e palla alle spalle un bel po’ di volte. Ma i miei compagni, così come i miei amici nella vita, mi hanno sempre dato una mano per rialzarmi senza dire nulla. Parlando solo con lo sguardo, mi hanno sempre fatto capire che anche in quella circostanza, avremmo fatto di tutto per raddrizzarla. Una promessa solenne di dare il massimo, non di riuscirci, poiché capitano, nella vita così come nel calcio, le partite perse.

Ma l’impegno di mettere il massimo del sacrificio: quel “Giuro” suggellato tra l’erba e il fango, sotto il diluvio o nella calura di maggio, sono le stesse promesse che spero il calcio mi abbia insegnato a portare con me nella vita, nei rapporti con gli amici, nello studio e nella professione. E, sempre con me, voglio portare la convinzione di poter fare qualcosa, di poter salvare tutto quando tutto sembra stia per finire, per vedere i miei compagni o amici, familiari e affetti, vedermi e non crederci, ché “anche questa volta ce l’abbiamo fatta”, “ché quella palla sotto al sette sembrava imprendibile… eppure non è entrata”. Parerò, sbaglierò, vinceremo o perderemo, ma lo faremo assieme, perchè da soli credo non conteremmo nulla: ogni cosa fine a sè stessa non è forse priva di valore? E poi, cosa sarebbe soffrire ed attendere senza che questo tempo non venga sciolto dall’inebriante gioia data dal gol di un proprio compagno? Perché come nel calcio, così nella vita, i traguardi personali divengono di tutti, divengono motivo di felicità e condivisione. Non si vince da soli, nessuno vince uno contro undici. Ogni successo è il frutto delle abilità di singoli complessati assieme e questo, nel creare un collettivo, è un risultato sempre maggiore della somma dei singoli. È un gioco dove la matematica non vale, è irrazionale ed imprevedibile. Le regole aritmetiche non valgono perché sono il sentimento e la passione che ci spingono a dettare i successi che otteniamo. 

E quindi ora mi giunge di nuovo in mente la stessa domanda: è solo un gioco? Tanto quanto lo è la vita vi rispondo, perché in un senso nobile e senza voler svalutare niuna delle due, queste cose si somigliano e assumono gli stessi significati, con dinamiche tanto divergenti che finiscono per essere le medesime.

E voi? Cosa ne pensate? Qual è la vostra esperienza e cosa significa per voi correre dietro a quel pallone? E se avete praticato, o praticate altri sport, avete la stessa visione che ho io del calcio?

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