Primo martedì di agosto ma le abitudini non cambiano. Siamo sempre qui a raccontare di calcio e a diffondere il verbo per far capire questo sport a tutti, ma proprio tutti. Benvenuti al sesto appuntamento della nostra rubrica sul gergo calcistico.
Oggi andiamo a parlare di alcune espressioni tipiche del nostro calcio di cui è necessario essere a conoscenza per poter parafrasare una telecronaca. Niente di trascendentale, è agosto per tutti. Partiamo dal concetto di triangolo.
“Il triangolo no, non l’avevo considerato”: e invece avresti dovuto farlo, perché è un’espressione che identifica uno dei gesti tecnici più importanti del calcio, conosciuto anche come uno-due o “dai e vai”.

In questa immagine è evidente il concetto di triangolo, e la figura geometrica in questione forma due dei suoi lati grazie al percorso che fa il pallone, e il terzo grazie al movimento del giocatore che riceve il secondo passaggio. Nel dettaglio, Pellegrini passa a Laribi (prima freccia bianca), scatta in avanti prendendo in mezzo al triangolo il centrocampista della Sampdoria (freccia gialla) e riceve da Laribi il passaggio di ritorno, che chiude il triangolo. Dai (la palla) e vai (avanti), che io te la torno. Giochiamo in due. Uno-due. Tutto chiaro? Semplice, ed efficace. Perché una giocata di questo tipo costringe il difensore a guardare l’uomo che lo attacca alle spalle, e nel momento in cui guarda il pallone è già troppo tardi per sperare di riuscire a far sì che il triangolo non si chiuda. Questa giocata non richiede ghirigori di nessun tipo da parte dei due che la effettuano, ma solamente una buona tecnica di base, che si perfeziona anche in solitaria, facendo il classico muretto (ovvero un numero infinito di passaggi al muro). Tant’è che in spagnolo si chiama pared, ovvero parete, muretto: la pared restituisce sempre il pallone e lo fa a seconda di come questo impatti con lei. Uno-due. Dalla strada al campo da calcio.
Analoga al triangolo ma non perfettamente identica è la sponda. Se il triangolo è un gesto applicabile in qualsiasi zona del campo, coinvolgendo qualsiasi giocatore, la sponda è riservata solo ad alcuni di loro, ovvero agli attaccanti. Andiamo a vedere un esempio.

Questo è un movimento molto classico, tipico delle esercitazioni, ma sempre efficace. Tre sono i giocatori coinvolti in questo caso: il centrocampista che passa alla punta centrale (al limite dell’area), la seconda punta che fa passare il pallone e attacca la profondità (va verso l’esterno e poi in verticale verso la porta) e la punta centrale che fa la sponda. È simile al triangolo nei concetti, ma differisce nell’applicazione. Il grado di difficoltà, è aumentato dal coefficiente di difficoltà derivante dal pallone che la punta riceve. Quella traiettoria di passaggio difficilmente è una traiettoria bassa, quindi quel pallone potrebbe arrivare sul petto, così come sul ginocchio o sulla testa dell’attaccante, che deve essere bravo a pulirlo, a renderlo giocabile e a dirottarlo nello spazio dove la seconda punta andrà a prenderlo. E bisogna farlo con i tempi giusti, quasi sempre nonostante un difensore addosso, privo di buone intenzioni, che vuole rendere la vita dell’attaccante tutt’altro che facile.
La sponda si effettua anche sui rinvii dal fondo o sulle palle inattive, e non prevede necessariamente che il pallone vada in profondità. Si può anche renderlo giocabile scaricandolo ad un centrocampista. Il concetto base è che si affidano palloni sporchi, calciati talvolta senza troppa logica, a un giocatore avanzato (e già qui si guadagnano metri) che sa proteggerli, controllarli, scaricarli ad un uomo libero oppure giocarli in profondità anche di prima. Non un lavoro facile, ma necessario. Gli attaccanti non devono solo saper segnare, e questo nel calcio moderno è diventato un mantra. Sapreste fare qualche nome di attaccante bravo a fare le sponde, ora che sapete di che si tratta?
